editoriali - Auto-Classica.it

AUTO STORICHE E GIOVANI: IL RUOLO DEI CLUB

AUTO STORICHE E GIOVANI: IL RUOLO DEI CLUB

di FEDERICO LAFACE

 

La scena delle auto classiche in Italia continua nonostante l'attuale periodo di crisi economica a esprimere una vivacità invidiabile potendo vantare su una diffusa passione, una solida tradizione e - al momento - un ancora perdurante "effetto bene-rifugio" per l'investitore collezionista. Come però spesso avviene nel nostro Paese, si prescinde da una presenza rilevante dei giovani.

Molti sono i raduni, i concorsi d'eleganza, le gare; più sporadica la partecipazione di under 35 (limite odierno - anche discutibile - per venire considerati entro l'età giovanile) agli eventi legati al motorismo storico. Viene da chiedersi "perché?" in un Paese dalla solida cultura motoristica come il nostro, non ultimo considerando che l'attrazione per il "vintage" risulta oggigiorno piuttosto forte, diventata anzi vera moda. Cercando di andare oltre la facile equazione tra giovani e tecnologia, non si capisce come mai, da noi, pochi siano ragazzi che hanno voglia di procedere al recupero di un mezzo d'antan, differentemente da quello che per esempio avviene nei paesi anglosassoni o in nordamerica, dove semmai il problema è quello di conservare l'integrità dei modelli, come nel caso delle "muscle-car" anni '60-70, spesso alterate da ridicole verniciature e adesivi (problema sollevato tra le righe di un film come "Gran Torino" di C. Eastwood).

 

Da noi bisognerebbe ripartire anzitutto dall'incontro intergenerazionale tra chi ha vissuto un'epoca - o si è in vario modo formato al riguardo - e chi possa vedere in sé nascere l'interesse a recuperare un modello. Un ruolo importante, per raggiungere quest’obiettivo, può certamente essere ricoperto i Club di auto storiche. Facilitando l'accesso attraverso eventi che possano richiamare una partecipazione giovanile - come avvenuto lo scorso settembre sul tetto del Lingotto con "A Century of Car & Fashion Design"- o cercando di farsi trainare da alcuni settori appetibili come il tuning (qualche accessorio sportivo su una Mini Cooper d'epoca ci può` anche stare…), praticando in questo modo un approccio più divulgativo verso questo pezzo di patrimonio storico italiano. I gruppi di Gentlemen drivers rinuncerebbero forse, in taluni cas,i a un'aura di esclusività, un po' come succede nel mondo più "alla mano" delle due ruote storiche, più semplicemente si amplierebbe la tipologia di offerta e il target delle iniziative organizzate.

 

Fondamentale sarebbe inoltre che i club si dotassero di vere e proprie strutture di servizio, strumenti a disposizione dei soci che, una volta iscritti, sappiano di poter contare su un supporto costante per le operazioni di manutenzione elementari, su soluzioni per il rimessaggio, su una guida attenta alla conservazione ed al restauro dei pezzi.

 

Laddove possibile, i club di appassionati dovrebbero cercare spazi idonei, anche in convenzione, dove sia possibile osservare, discutere, conoscere magari sporcandosi le mani assieme, anche solo per ricaricare una batteria o far girare i motori delle auto ferme. Ciò che succede a un buon gruppo di amici appassionati è speciale, altre volte a raduni e manifestazioni si fanno ottimi e fecondi incontri, ma non si può pensare che debba andare sempre così, delegando esclusivamente alla fortuna di già conoscere chi possa dare le giuste dritte. In questo modo si risolverebbero anche alcuni problemi di budget, abbassando i costi di recupero di un mezzo, e riuscendo così a divulgare anche alle giovani generazioni il patrimonio di conoscenze che sta dietro l'emozione di viaggiare nell'abitacolo di un mezzo d'altri tempi, ritornando a "indossare" un'epoca ormai trascorsa.

L'ULTIMA TRAIETTORIA DEL "SIC"

L'ULTIMA TRAIETTORIA DEL "SIC"
di FEDERICO LAFACE

AUTO-CLASSICA.IT DEDICA UN TRIBUTO AL PILOTA MARCO SIMONCELLI TRAGICAMENTE SCOMPARSO SUL CIRCUITO DI SEPANG IN MALESIA.


Ragazzo prodigio salito sulle moto all'età di sette anni, campione italiano a dodici, Marco Simoncelli, romagnolo, si era laureato campione del mondo 250 con la Gilera nel 2008, sessant'anni dopo il primo iridato della classe, il veronese Bruno Ruffo, con cui anche condivideva il numero 58 in gara. Il soprannome "Super Sic" gli derivava dall'abbreviazione nella grafica televisiva e dalle sue forme fisiche che ricordavano un eroe dei fumetti.
 
Come ha confermato di recente la morte di Dan Wheldon in Formula Indy, i lutti compongono ineluttabilmente il mondo del corse. Dopo la scomparsa del pilota italiano sta però succedendo qualcosa che accade solo per alcuni (pochi) protagonisti del professionismo sportivo: una volta che non ci sono più, si percepisce un vuoto molto maggiore dello spazio che sembravano occupare da vivi. Per il 24enne di Coriano la giovane età, le circostanze dell'incidente - documentate dalla brutalità delle immagini in diretta tv - si sommano ad una speciale "attitudine" che in molti, adesso, riconoscono a questo astro nascente del motociclismo.

Ripensando a Marco Simoncelli emerge, infatti, la semplicità di un personaggio che era dotato di uno stile di guida fatto apposta per infiammare gli animi, immediato, spregiudicatamente giovanile, con una concezione dello spazio “utile” in pista molto personale.
 
Ci sono piloti che vincono e rimangono nella storia per i loro risultati sportivi. Veloci e meticolosi. Costanti e mentalmente preparati. Di fatto vincenti. Poi ci sono quelli che si impongono solamente ogni tanto, sprecano molto, cadono spesso. Il mai troppo rimpianto Gilles Villeneuve, o nelle moto, Kevin Schwanz per intenderci. Per loro la gara sembra limitarsi ad alcuni gesti, sorpassi che solo loro si arrischiano a fare, cambi di direzione fulminei, traiettorie impossibili che gli altri neanche si sognerebbero. Coraggio e fantasia, il resto conta poco. Sembra quasi non interessarli. Vengono attaccati dalla critica che si concentra sugli zeri accumulati in classifica, dimenticandosi di quanto siano noiose le gare in cui "pronti-via!" uno parte e se ne va senza storia fino al traguardo, alla maniera del fresco iridato Moto Gp 2011, Casey Stoner. Questi “secondi” piloti sono molto amati dai tifosi più competenti, ma rimproverati dai loro colleghi motociclisti, i “primi”, campioni più affermati e celebri che, puntualmente, si lamentano dell'eccessiva aggressività, magari dopo essere stati messi dietro durante una competizione.
 
Per chi l’ha seguito, Simoncelli apparteneva - per qualità tecniche ed umane - a questo ristretto secondo gruppo di driver. Dava l'idea di essere una persona genuina, per come commentava ciò che era avvenuto in gara, per come reagiva quando finiva steso per terra, per come si relazionava con compagni di squadra, meccanici e giornalisti. Persino negli spot televisivi. Al limite del goffo, gli veniva così. Lui non se ne crucciava, madre natura lo aveva fatto troppo alto per le moto, oltre donargli parecchio talento.
 
Il "Sic" è morto cercando di controllare una moto dalle gomme non ancora in temperatura che stava scappandogli via. La moto scivola, cerchi di tenerla su appoggiando ginocchio, gomito e anche la spalla tocca l'asfalto. Lui ci riusciva particolarmente bene con l'apertura "alare" che si ritrovava. Ce la stava facendo. Nelle gare odierne capita però che, perso il grip in curva, invece di scivolare all'esterno nelle ormai ampie vie di fuga, ci si possa trovare all'improvviso con una ruota anteriore che riprende aderenza e un controllo di trazione elettronico che si mette a spingere come fossi dritto in piedi. Cominci così a tagliare la pista con un angolo improbabile, appeso al manubrio.
La vita di Marco "Sic" Simoncelli è finita a quel punto, al secondo giro di una gara del motomondiale. Investito da un texano simpatico e dal suo amico e idolo ispiratore, Valentino Rossi, mentre cercava di rialzarsi abbracciando la sua moto.

UNA FIERA TIRA L'ALTRA

UNA FIERA TIRA L'ALTRA
di LUCA GASTALDI

Il prossimo febbraio, quello dell'anno 2012, l'evento torinese Automotoretro' compira' la sua trentesima edizione. Un traguardo ragguardevole e degno di nota. Da festeggiare con tutti i crismi, magari mettendo in mostra qualcosa di speciale. L'organizzazione - cui fa capo l'appassionato e competente Beppe Gianoglio - ci sta gia' lavorando, pensando addirittura di allargarsi aggiungendo un intero padiglione di quel Lingotto Fiere che ormai da diversi anni ospita uno dei piu' importanti saloni italiani della specialita'.

"Uno dei...", perche' in questi ultimi anni si sono imposte sulla scena italiana altre realta' che movimentano la non brillante situazione delle mostre-scambio. Quelle di alto livello, di qualita' e dei grandi numeri.
Oltre ad Automotoretro' - che spicca per i contenuti culturali e l'offerta di buona qualita' ma pecca del solito provincialismo che da sempre affligge i capaci torinesi - c'e' Auto e Moto d'Epoca alla Fiera di Padova. Qui i numeri sono gia' piu' elevati, la sua anima e' il commercio, le moto stanno scomparendo cosi' come le proposte puramente espositive. Lo si voglia o no, attualmente e' questo il riferimento italiano del settore.

Gli stessi organizzatori di Padova, la societa' Intermeeting, sono poi sbarcati a Roma con la rassegna Fuoriserie. Nonostante molti punti a favore (per lo meno sulla carta) come la logistica e la geografia, ma anche il patrimonio motoristico conservato nell'Italia centro-meridionale, per il momento questa manifestazione non riesce a decollare.
Tornando al mese di febbraio 2012, il fine settimana successivo alla data di Automotoretro', il polo fieristico del capoluogo lombardo ospitera' la prima edizione di Milano Auto Classica. A parte il nome che coincide con quello della nostra testata (ma si tratta di un puro caso) e l'assurdita' di essere organizzato una settimana dopo un evento simile a poco piu' di cento chilometri di distanza, di questo salone per ora non si sa molto. L'organizzazione che ne e' a capo e' specializzata in saloni del mobile, del tempo libero e in fiere per i futuri sposi: chissa' come se la cavera' nell'ostico settore del motorismo storico?

Staremo a vedere, con l'unica speranza di poter visitare un vero salone con gli attributi e non una fotocopia ormai sbiadita di cose gia' viste. Anche in questo caso, come a Roma, la "location" di alto livello come la nuova fiera di Milano lascia ben sperare.

CON FULVIA E STRATOS DUE OCCASIONI PERDUTE

CON FULVIA E STRATOS DUE OCCASIONI PERDUTE
di LUCA GASTALDI

Nel 2003, a gran sorpresa, la Lancia ha svelato una concept-car che ha lasciato tutti con la bocca aperta. Era la riedizione della gloriosa Fulvia Coupé, disegnata in chiave moderna da Flavio Manzoni del Centro Stile Lancia. Un designer che oggi è tra le fila del Gruppo Volkswagen. La vettura, neanche a dirlo, è piaciuta subito. Ha scatenato le fantasie dei lancisti, ai quali non è sembrata vera l’idea di poter tornare al volante di un’icona dallo stile inconfondibile. Ma la Fulvia “concept” ha strizzato l’occhio anche a molti altri automobilisti grazie alla sua linea piacevole e originale.

Ancora oggi, dopo quasi dieci anni dalla sua apparizione, non ha perso neanche una virgola di fascino, tanto che potrebbe riscuotere lo stesso gradimento. Della Fulvia “new generation” non se n’è fatto nulla. È stata riposta nel cassetto perché utilizzava una piattaforma – quella della Fiat Barchetta – sulla strada del pensionamento e, forse, perché scarseggiavano i soldi per metterla in produzione. Una bella occasione mancata per ridare vigore al marchio Lancia.

A distanza di qualche anno, siamo nell’autunno del 2008, alla Pininfarina è iniziata la costruzione di un prototipo altrettanto eccezionale denominato New Stratos. La carrozzeria torinese aveva il solo compito di realizzare materialmente un’idea e un sogno di un appassionato imprenditore tedesco, Michael Stoschek, appoggiato dal figlio Maximilian. Un affare di famiglia presto diventato di dominio pubblico grazie all’eco dei media che hanno giustamente evidenziato un progetto degno di nota. Per dare vita a questa nuova Stratos è stata utilizzata – quasi come sul modello originale – la meccanica Ferrari. Anche Luca di Montezemolo ha provato la vettura, rimanendo positivamente colpito. L’idea dei Stoschek era quella di produrre una piccola serie di esemplari. E di sicuro avrebbero ottenuto degli ottimi riscontri commerciali. L’auto è bella e, come nel caso della Fulvia, forte della sua unicità. Perché, quando vogliamo, in Italia le automobili sappiamo ancora farle.

Ma neanche della New Stratos rimarranno molte tracce. Pininfarina non è disposta alla produzione senza il consenso della Ferrari. Consenso che quest’ultima nega.

Guarda il video della New Stratos... >>

UOMINI, MACCHINE, MITI

UOMINI, MACCHINE, MITI
di LUCA GASTALDI

Ho da poco iniziato a lavorare su un nuovo progetto, che mi porta a contatto con molte persone. Uomini per certi versi speciali, perché hanno contribuito - non poco - allo sviluppo di un famoso marchio automobilistico italiano. I loro racconti e le loro testimonianze mi hanno dato la prova che dietro ai grandi successi e, ancor di più, dietro a realtà che nel tempo sono state avvolte da quel manto speciale della "mitologia" ci sono sempre loro: gli uomini.

Questo è accaduto, però, fino a quando sono state le loro mani o le loro menti geniali e sregolate a creare le automobili. Poi, con la crescita continua delle aziende e la diffusione di computer e robot, gli uomini sono diventati numeri, unità. E il mito stesso dell'Automobile si è lentamente sgonfiato, fino a diventare uno dei tanti elettrodomestici che ci semplifica la vita.

Alcuni esempi su tutti possono essere quelli di Ferrari, Abarth, Lamborghini, Porsche, Morgan. Solo per citare i più celebri e i primi che vengono in mente. Dietro ad ognuna di queste fabbriche ci sono stati degli uomini. Per primi i rispettivi fondatori: menti argute, tecnici sopra le righe o puri appassionati. Ma insieme a loro hanno lavorato centinaia di altri uomini che, uniti, hanno formato delle grandi famiglie, delle squadre formidabili, dei piccoli eserciti in grado di far fronte alle battaglie più strane.

Ogni auto, ogni motore, ogni componente aveva qualcosa di loro, perché dagli uomini veniva plasmato. Per questo certe vetture, pur nelle loro "umane" imperfezioni, hanno un sapore tutto particolare. 

LA STORICA E' MEGLIO DI UN SOCIAL NETWORK

LA STORICA E' MEGLIO DI UN SOCIAL NETWORK
di LUCA GASTALDI

Con l'arrivo dell'estate si fa sentire anche la voglia di viaggiare. Di evadere e di salutari vacanze. E con il verbo viaggiare viene scontata la rima con guidare. Che cosa? Un'auto storica ovviamente. Lei è sempre una compagna ideale per le evasioni dalla realtà quotidiana. Perché il viaggio non è un semplice spostamento: è un'esperienza umana che, affrontata nel modo giusto, trasmette emozioni che arricchiscono il nostro bagaglio culturale. Ci permettiamo di aggiungere che affrontare un viaggio - lungo o corto che sia, non ha importanza - a bordo di un'auto d'epoca regala qualche emozione in più. Provare per credere.

Intanto la fisicità di odori e rumori che sanno di antico. Di vissuto. Poi l'impressione di essere un tutt'uno con l'automobile, che ha bisogno dei nostri sforzi per procedere, e procedere al meglio. I nostri occhi ben attenti alla strumentazione, che nessuna lancetta vada mai oltre certi limiti. Le nostre mani ben salde sul volante e attente sulla leva del cambio, che le grattate ci spezzano il cuore. I nostri piedi in una danza continua sui pedali: qualche doppietta e un po' di punta-tacco per mantenere sempre i giri giusti del motore, che per noi deve suonare come l'orchestra sinfonica della Rai.

C'è poi un altro aspetto che troppo spesso si sottovaluta o addirittura non si prende in considerazione. Nell'abitacolo di un'auto storica si vive meglio che in quello di una moderna. D'accordo, non c'è l'aria condizionata. Però sulle storiche fa meno caldo, producono meno calore delle moderne. Va bene, sul fattore sicurezza non si può controbattere: in questo caso la storica è molto più carente. Comunque va anche più piano...

Sulle vetture di qualche anno fa la visuale interno-esterno è maggiore. Più superficie vetrata e possibilità di godersi fette più ampie di panorama. Per ultimo, a bordo delle storiche è molto più facile socializzare tra passeggeri. Ci sono molti meno "ostacoli" che ostruiscono il contatto visivo con i compagni di viaggio. Solitamente i sedili hanno schienali bassi e tra di loro non ci sono mega consolle con braccioli e comandi vari. Anzi, spesso anche i sedili anteriori sono dei divani in un pezzo unico, senza divisioni. Ecco, quindi, che come per magia ci si guarda in faccia, si parla a quattrocchi e, nel caso di viaggio romantico in due, ci si potrebbe anche tenere per mano o addirittura abbracciarsi. Come al cinema. Meglio che al cinema, perché i protagonisti siamo noi. 

GIOVANI, AVANTI C'E' POSTO

GIOVANI, AVANTI C'E' POSTO
di LUCA GASTALDI

Spesso si discute, tra puri appassionati e addetti ai lavori, verso quale futuro stia andando il motorismo storico. Quale futuro pratico, più che teorico e filosofico. Insomma, per dirla alla "pane e salame", chi baderà al restauro o alla manutenzione delle auto d'epoca? Si tratta di un problema tutto italiano, perché in Paesi europei più sviluppati - come Francia, Inghilterra e Germania - questa preoccupazione non sembra sussistere.

Il problema principale del Belpaese è quello del ricambio generazionale. Lasciamo stare il solito ritornello che i giovani non si avvicinano a questo mondo, che i padri o i nonni non riescono a convincerli a mettere in moto e a fare un giro sui gioielli di famiglia, preziosi o meno che siano.
Il vero dramma è che i teenager sono lontani anni luce dall'intraprendere attività professionali legate alle auto d'epoca. Per la precisione, mestieri come quello del carrozziere (più precisamente del battilastra), dell'elettrauto, del tappezziere, fino a quello del meccanico specializzato nella cura degli ingranaggi veri, quelli che non si aggiustano collegando un cavo di computer per monitorare il check-up e trasferire dati alle centraline elettroniche.

Qualsiasi anziano meccanico o carrozziere ancora in attività ve lo potrà confermare. Più o meno con le stesse parole: i giovani non hanno più voglia di sporcarsi le mani, nessuno si presenta nelle officine per imparare il mestiere. Perché certe cose sui libri non ci sono e neanche su internet. Il mestiere si impara osservando, ascoltando, provando e sbagliando. Ma ci vuol tempo e quasi sempre la scuola non basta.
Tutto vero, ma c'é qualcos'altro. I mestieri appena citati vengono svolti per lo più da persone anziane. In che modo? O nel garage di casa, oppure come "ospiti" presso officine vere e proprie che non possono fare a meno del loro sapere e della loro abilità per completare il loro lavoro. Quindi difficilmente raggiungibili perché conosciuti grazie al passaparola bisbigliato come un segreto da non divulgare.

Il sistema andrebbe totalmente cambiato. Così funziona bene per pochi ma soprattutto azzera le possibilità di entrare a far parte di un mercato che avrebbe un grande potenziale. Nei Paesi citati all'inizio è diverso perché i sistemi economici e del mondo del lavoro sono completamente diversi dai nostri grazie a regole sensate e applicate.