I grandi sarti scelgono come vetrine le passerelle delle sfilate di alta moda. Chi invece possiede un atelier automobilistico preferisce le passerelle dei concorsi d’eleganza. Pebble Beach negli Stati Uniti, Villa d’Este sul lago di Como o nel rispolverato concorso di Torino. Vetrine ritenute più efficaci dei grandi saloni dell’automobile divenuti ormai troppo “commerciali”. L’atelier in questione, se non proprio l’unico è uno dei pochi e migliori del mondo; è italiano e si trova alle porte di Milano, ad Arese. Una storia iniziata nel 1919 che oggi vive sotto la sua terza generazione di “condottieri”, che rispondono al nome di Zagato. Ugo è il capostipite, seguito dai fratelli Elio e Gianni e dal 1994 dal nipote Andrea.
Proprio insieme quest’ultimo, nato a Milano il 26 aprile 1960 e di studi bocconiani, abbiamo voluto approfondire il tema dell’atelier automobilistico. Chi meglio di lui? Chi meglio di chi dirige l’Atelier Zagato poteva spiegare cos’è, cos’è stato e cosa sarà un atelier per automobili, dove si possono pensare, progettare e costruire su misura abiti con quattro ruote?
- Andrea Zagato, sempre più spesso vediamo ammiriamo nuovi pezzi unici firmati dalla inimitabile “zeta”. È un ritrono all’atelier automobilistico?
“Per questa attività – spiega Zagato – si tratta più di una conferma che di un ritorno, perché siamo sempre stati un atelier, da novant’anni, non avendo mai voluto fare il salto da artigiani a industriali. Indubbiamente oggi il mercato ci è favorevole, perché premia o i prodotti alto di gamma o quelli ‘usa e getta’. Lo testimoniano anche produttori come Ferrari e Bentley, che hanno aumentato notevolmente le loro vendite, passando da poche centinaia di vetture vendute a decine di migliaia. I ricchi sono più ricchi, ma quelli che erano abituati a ritirare l’auto nuova direttamente da Enzo Ferrari adesso si chiedono: ma io adesso dove vado, per trovare chi mi dedica tempo per consegnarmi la vettura?. Non è più un’avventura come una volta, è tornato il desiderio di trovare un ambiente dove intrattenere rapporti più personali, come negli atelier degli anni Cinquanta o come nella sartoria che fa abiti su misura”.
- Quali elementi, oggi, contraddisinguono un atelier per automobili?
“Possiamo evidenziare tre componenti fondamentali: la storia, la struttura e il design”.
- Li può spiegare?
“Cominciamo dalla storia: se questa manca, puoi aprire lo stesso un atelier oggi, ma come ti presenti da un cliente? Noi abbiamo partecipato ai primi cento anni di storia automobiloistica, possiamo fare riferimento alle nostre precedenti creazioni. Mio nonno ha costruito vetture insieme ad Enzo Ferrari, insieme a Ettore Bugatti. Diventa imbarazzante per un responsabile di una casa automobilistica dire no ad una nostra collaborazione. In più, se le precedenti creazioni sono aumentate di valore negli anni, questo crea una forte motivazione d’acquisto per il cliente. È facile ed automatico dimostrare e pensare che ciò che facciamo vale”.
- La dimensione?
“A questa aggiungerei anche la location: una azienda che per anni ha sempre mantenuto la sede originaria trasmette solidità e fiducia. La dimensione giusta, poi, è importante, perché non ci si può trovare di fronte né ad una vera grande industria, ma neanche entrare in un garage. Questo perché bisogna avere i mezzi giusti per dialogare con il cliente. Da una parte con le tecnologie d’avanguardia e con la necessaria snellezza d’azione se si tratta di una casa automobilistica, che deve essere tranquilla sui sistemi di lavoro; dall’altra per poter trascorrere anche una giornata intera con chi viene in atelier perché desidera una vettura unica. In questo caso vogliamo offrire l’opportunità vivere l’avventura dell’auto.
- Questo è un po’ il punto focale visto dagli occhi del cliente.
“Lo definisco ‘adventure of a live time’. L’idea mi è venuta quando ho visto l’americano che ha pagato venti milioni di dollari per andare nello spazio: il tutto per vivere un momento. Se non avesse avuto l’opportunita di vivere quel momento, sarebbe rimasta solamente una persona ricca, senza quel qualcosa in più. Per un appassionato di automobili il massimo è poter veder nascere cresce la priopia auto, vedere come si progetta, quasi partecipando alla sua realizzazione e vedere quali sono i processi di costruzione”.
- Non è un concetto di poco conto, ma da parte del cliente c’è ancora la cultura motoristica e intellettuale per poter capire e apprezzare questi momenti e tutti questi processi, anche complessi?
- “Direi di sì, il nostro prodotto si presta poco ai clienti improvvisati: non vengono da noi. Alla Zagato arrivano i collezionisti raffinati, che hanno una profonda conoscenza del settore o che si avvalgono di qualcuno di fiducia che li possano consigliare; di solito possiedono già numerose vetture e le guidano di persona. Sono collezionisti anche di altri oggetti, come opere d’arte, ma che vedono nell’automobile un piacere da vivere, toccare e con il quale potersi divertire. Quello delle auto è un collezionismo intelligente, dove i valori tendono ad aumentare ma nello stesso tempo chi lo pratica non ha perso la voglia di giocare. Quindi; non vanno sottovalutati, perché hanno gusto e cultura”.
- E arriviamo al terzo punto, il design.
“Farei una premessa. Nel design si possono individuare due correnti: quella francese con l’applicazione dell’arte all’industria, dove l’oggetto industriale diventa bello. Però è molto legato al momento, si può datare, diviene rappresentativo di un’epoca. Poi c’è la sponda tedesca, che tende a semplificare e a togliere il superfluo, quella che dice: il miglior design è il minimo design possibile. Non è minimalismo ma significa costruire un oggetto con uno scopo. Forse quando non c’è più niente da togliere hai fatto una cosa perfetta. Anche Ferrari la pensava così: l’auto che vince è la più bella. Questo è un concetto più milanese che torinese, è un modo razionale di vedere la bellezza. Noi dal 1919 siamo un po’ come la bellezza necessaria dell’Alfa Romeo. Prendiamo ad esempio due Lancia Flaminia: una di Pininfarina e una Zagato. Sono due oggeti bellissimi, ma il primo è databile, grazie ad elementi caratteristici di un’epoca come le pinne, il secondo invece è meno legabile ad un periodo, diviene quasi senza tempo. Conclusione: riusciamo a fare oggetti che subiscono meno l’obsolescenza programmata del prodotto, meno legabili ad un periodo. Questo fattore è dalla parte del collezionista, che vuole avere degli oggetti che non perdono valore nel tempo, ma anzi tendono ad aumentare. È il caso della Aston DB7 Zagato del 2003: siamo nel 2007, e chi vuole compare una di queste auto la trova a 350.000 Euro; la DB7 di serie la si compra invece ad un prezzo interessante. Vogliamo assicurare al cliente che ciò che spendono non solo viene mantenuto ma anzi tende ad aumentare di valore, si può usare l’auto per anni senza vergognarsi che si tratti di un modello vecchio, perché tanto quello che posseggono loro è unico”.
- Dopo questa analisi, facciamo un parallelo con il passato: delle tre caratteristiche citate, che valgono oggi, due le possiamo riprendere per un atelier del passato (dimensione e design), ma la prima (la storia) inevitabilmente non c’era nel 1919, quando nasceva Zagato. Con quale altro elemento la potremmo sostituire?
“Sicuramente la genialità. Mio nonno era un genio, è passato dagli aerei alle auto apportandovi le stesse tecnologie. Cose che oggi non si possono ripetere, perché in pratica è stato detto e inventato tutto sulle automobili”.
- Il cliente tipo di un atelier invece non sembra cambiato…
“La grande differenza è che allora erano pochi, oggi ce ne sono di più, ma le esigenze i gusti, la mentalità e le personalità non sono cambiate”.
- Abbiamo visto il passato ed il presente. Ma il futuro dell’atelier quale sarà?
“Quando si arriva alla fine del ciclo di un settore, perché non si riesce a dire qualcosa di nuovo, si va a pescare nel passato, torna il neoclassicismo, com’è accaduto nell’arte. Dopo c’è la rottura (come lo è stato il futurismo). Nel settore dell’automobile si è ripresentato il neoclassico, basta vedere il successo della Mini, della Newbetle, ora la Fiat con la 500: tutte operazioni che celebrano l’epopea degli anni Cinquanta, il periodo migliore dell’auto, quando era emozionante. Dall’altro lato ci sarà qualcosa che rivoluzionerà il mondo dell’auto, la sua architettur. Potrebbe essere il ritorno al telaio, perché il mercato chiede prodotti molto differenziati. Si fa prima ad avere un telaio sul quale applicare varie forme. L’atelier, in questa prospettiva o meno, rimarrà comunque in attività”.
- Venendo ad Andrea Zagato, come e perché ha proseguito nell’azienda del nonno?
“Ufficialmete sono entrato nel 1994, dopo aver stuadiato marketing alla Bocconi. Poi ho trovato la chiave per far dialogare uomini di design e uomini di marketing. All’epoca, si parla di fine anni Ottanta e inizio anni Novanta, questa era un’azienda di assemblaggio soprattutto per l’Alfa Romeo. Quando è entrata in crisi l’Alfa ci siamo trovati di fronte ad una scelta: o rimanere un service di carrozzeria, o diventare un polo del design, engeneering, modellazione. Ho scelto per un grande design center inceve di una piccola industria. Allora era quasi una follia, ma a distanza di quindici anni si è rivelata una buona intuizione”.
- Un’ultima domanda-provocazione: abbiamo da poco assistito al rilancio del marchio Abarth. Ci vengono in mente le grandi Abarth-Zagato del passato. Se le chiedessero di rifare una abarth zagato, ci starebbe?
“La farei domani mattina”.