lunedì 10 dicembre 2018

NUOVA PROPOSTA DALLA FEDERAZIONE VEICOLI D'EPOCA AL MINISTERO DEI TRASPORTI PER MODIFICARE L'ART. 60 DEL CODICE DELLA STRADA



La Federazione Veicoli d’Epoca (FVE) e il club Historical Pearls Palazzo Chigi hanno presentato al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti una richiesta di emendamento degli Artt. 60 del Codice della Strada e 215 del regolamento di esecuzione e attuazione del CdS, per risolvere le criticità che riguardano i veicoli storici.
In particolare, il citato Art. 60 del CdS, al comma 4, non fornisce una definizione diretta di veicolo di interesse storico ma fa derivare questa definizione dall’iscrizione o meno del veicolo in esame in uno dei registri tenuti da alcune associazioni private. Secondo la FVE e l’Historical Pearls, sarebbe auspicabile l’adozione della definizione data dalla FIVA (Fédération Internationale des Véhicules Anciens) e già adottata in quasi tutti i Paesi, oltre che utilizzata dalla Commissione Europea per gli atti che riguardano i trasporti.


La FIVA, infatti, interagisce costantemente, attraverso la propria Legislation Commission, con le istituzioni di Bruxelles a salvaguardia della conservazione e del corretto uso dei veicoli storici che, anche a detta dell’UNESCO, rappresentano una testimonianza “vivente” del patrimonio industriale.
I punti chiave della proposta FVE-Historical Pearls si rifanno quindi alle norme FIVA (con, in primis, l’età minima di un veicolo storico stabilita in 30 anni) con l’aggiunta della completa autonomia del Ministero nel rilasciare le certificazioni con commissioni composte da tecnici specializzati e formati da parte di un soggetto pubblico e non più da parte di soggetti privati, anche attraverso gli uffici della motorizzazione, e con l’assegnazione delle targhe H (Historical) come avviene in quasi tutti i paesi Europei. In questo modo si sanerebbe anche il vuoto normativo che non stabilisce le tariffe per il rilascio delle certificazioni che doveva essere indicato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di concerto con il Ministero dell’Economia e Finanze. Tale tariffa, sino ad oggi, è stata definita in modo univoco dalle associazioni private che possono emettere il su citato certificato trattenendo tutta la somma senza stornarne una parte ai Ministeri.
A comprova della discriminazione insita nella definizione di cui al comma 4, la Corte Suprema di Cassazione, sezione VI, nella sentenza n. 3837 del 15 febbraio 2013 (riferita a un contenzioso di natura fiscale) ha perfino ipotizzato l’incostituzionalità di tale definizione affermando “…la contraria interpretazione confliggerebbe con il principio costituzionale di eguaglianza (non potendo il legislatore precostituire in favore di singoli privati, quali l’ASI, una vera e propria rendita di posizione)…”.

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